Nelle gole vi è un particolare microclima dove alcune piante, a volte anche rare, trovano un habitat ideale per la loro crescita: acqua, freddo, umidità, ombra perenne. Vi sono poi anche versanti molto esposti. Ciò ha permesso la crescita di una rilevante quantità di piante anche molto diverse l’una dall’altra.
Partendo dai punti più alti, esposti o meno a sud, e man mano scendendo fino al fondo delle gole, dove scorre il fiume, la varietà delle piante è davvero impressionante. Nel nostro caso poi, confrontando la parte bassa delle gole con la parte alta, notiamo una rilevante diversità di specie e quantità. Questo perché vi è una differenza di clima: a valle quello classico mediterraneo, a monte poco più freddo. Andando nelle gole non solo d’estate, come di solito avviene, ci si renderà conto di ciò.

LECCIO
È la pianta in assoluto più diffusa. Può essere considerata senz’altro la più conosciuta dalle popolazioni locali, poiché, essendo quella che cresce dappertutto, se ne fa (o meglio se ne faceva) un uso domestico (legna, ombra, ghiande, ecc.). Se non vi fosse questa pianta le pareti delle gole sarebbero molto spoglie, perdendo naturalmente parte del loro fascino. Cresce infatti dalle quote più basse fino a circa 1500 metri slm (timpa di San Lorenzo). Il suo nome, naturalmente nella versione dialettale (“Ilice”) ha dato il nome a diverse località, come il ponte d’Ilice e il piano d’Ilice.  

STAGNE SANGHE”  (nome dialettale)
Questa pianta può essere considerata la pianta erbacea più conosciuta e anche fra le più diffuse (soprattutto nelle gole alte). È tipica della zona calcarea. Il nome locale è legato al suo uso a fini terapeutici: “stagne sanghe” (blocca sangue). Chi la conosce bene sa che le sue foglie sono particolarmente spesse, soffici, vellutate e assorbono i liquidi molto facilmente. I pastori utilizzano queste sue caratteristiche per curare piccole ferite; posano queste foglie su un’eventuale piccola emorragia per bloccarla. Funziona, tanto che gli escursionisti le attribuiscono il nome di “erba emostatica”. Cresce maggiormente nei depositi sassosi e terrosi raggiungendo anche quote elevate (1600 metri slm). È chiamata anche “ereve janghe” (erba bianca) per il suo colore chiaro.  

CAPELVENERE
Chi si avventura nelle gole noterà facilmente che questa bellissima pianta erbacea cresce solamente nelle zone umide o totalmente bagnate (ad esclusione del torrente). Chi vuole ammirare il modo grazioso in cui cresce (addossata alla parete, in piccolissime fratture, nella maggior parte delle sorgenti principalmente a doccia) dovrà avventurarsi nel fondo delle gole. Vi sono comunque sporadici casi dove cresce in posti ombreggiati (pregrotte) poco sopra il letto del fiume. Localmente è chiamata “cinese”.

ONTANO NAPOLETANO
L’ontano non è un tipico albero delle gole del Raganello, ma è solamente un ospite forzato arrivato con la corrente dell’acqua. Trovato un posto adatto e superate varie piene si è stabilizzato in più punti, nella maggior parte dei casi attaccato al fiume. Non vi sono comunque grosse colonie e grossi esemplari. Gli areali più rilevanti sono poco distanti dalle gole lungo alcuni affluenti del Raganello (canale Acquamassa e torrente Maddalena). Chi è già stato nelle gole si sarà senz’altro rinfrescato nelle ore calde sotto la sua ombra. Il nome locale di quest’albero è “Verne”.  

PINO LORICATO
Sembrerà strano, ma anche il Pino Loricato può essere considerato un albero quasi tipico di queste gole. Non cresce naturalmente proprio dentro le gole, ma nelle pareti di due delle tre principali “timpe” (rocce) che le formano (timpa di Conca o di San Lorenzo e timpa di Porace). Le quantità sono più che contenute (circa una trentina di esemplari in tutto), ma il posto in cui crescono compensa questo piccolo “difetto”. Essi sono stati individuati durante un’uscita sociale del Gruppo Speleologico Sparviere che li ha successivamente segnalati all’Istituto Italiano di Selvicoltura di Cosenza. Si è così spostato più ad est l’areale di questa gloriosa pianta. I vecchi pastori già sapevano dell’esistenza di questa pianta nella loro “timpa”, chiamandola “Pioche” e confondendola con quella che cresce lungo il litorale (pino d’Aleppo). Quest’ultima specie è anche presente nelle gole. Una piccola colonia è nel versante sud-ovest di Pietra del Demanio e numerosi esemplari nella Timpa del Magazzino (gole basse).  

ACERO MINORE
Anche questo albero non cresce nelle gole tranne casi particolari. Vi è però una zona di accesso alle gole dove questa varietà di acero è abbondantissima (località “Giampaglia”). Localmente viene chiamato “Occhiène” (anche l’A. Campestre). Non raggiunge quote alte.  

ZAFFERANO GIALLO
Cresce in abbondanza addossato alle pareti delle gole, nelle piccole spaccature delle rocce, dando a questi versanti (in autunno) un aspetto molto caratteristico.  

OLEANDRO
Questa pianta, come si sa, è tipica dei climi mediterranei. Cresce principalmente nei letti dei fiumi e particolarmente nelle fiumare, dove la ghiaia abbonda. Nelle gole del Raganello, pur non essendo una fiumara (almeno per buona parte), è abbastanza presente sia lungo il fondo che in qualche terrazzo anche ad una certa altezza dal fiume, soprattutto nelle gole basse. Nella parte di torrente che è detta fiumara (loc. Crancere e Casaldicchio) questa specie abbonda. La fioritura estiva, il bell’aspetto, la vivacità dei colori hanno notevolmente influenzato la fantasia degli escursionisti dando a molti posti il nome della pianta (salto degli oleandri, conca degli oleandri). Dialetticamente viene chiamata “Landre” ed è considerata velenosa soprattutto per gli asini. Questa credenza ci è stata senz’altro tramandata dai Greci e Romani. Infatti Apuleio nelle “Metamorfosi”, trasformato in asino era in cerca di fiori di rosa. Erano l’unico rimedio per farlo tornare uomo; stava per addentare l’oleandro, quando capì all’ultimo momento che non si trattava di una rosa. Lui, essendo esperto botanico, sapeva che i fiori di oleandro erano mortali per gli asini.  

CAMARRUGE” (nome dialettale)
Ve ne sono due varietà: quella “velenosa” e quella “dolce”. La prima, secondo i locali, è tossica e il latte, che fuoriesce abbondantemente ogni qualvolta si spezza un suo ramo, è molto pericoloso se va negli occhi, un po’ come quello del fico. È una pianta cespugliosa e perenne. I suoi fiori gialli e la forma rotondeggiante della chioma, unite alla vivacità delle sue foglie, trasformano nel mese di febbraio-marzo gli spogli versanti delle gole basse soprattutto nei dintorni del ponte del Diavolo. Nei periodi, invece, pre-estivi (maggio-giugno) si tinge un bel colore roseo. In questo modo diventa molto visibile da lontano e rende le pareti molto particolari soprattutto quella del Demanio. L’altra varietà è molto più piccola e non perenne. In compenso, però, sempre fra febbraio e marzo, i suoi più grossi e vivaci fiori di color giallo vivace, o meglio le estremità dei suoi gambi, ravvivano moltissimo i terrazzi di tutte le gole. Essendo “dolce” è mangiata a volte anche dalle capre. Anch’essa produce molto latte.

La fauna presente nelle gole è molto interessante. Anche se negli ultimi tempi si è osservata una riduzione degli esemplari, soprattutto appartenenti alle specie dei rapaci, ci si può sempre imbattere in qualche specie, sempre nel rispetto del loro habitat naturale. Le specie presenti a volte sono difficili da individuare, anche perché spesso si effettua l’escursione distrattamente cercando magari specie più grandi (tipo le aquile) che, però, non si faranno mai vedere. Infatti, oltre le aquile, sono presenti tante altre specie di dimensioni minori, alcuni autoctoni, altri ospiti “forzati” caduti dalle alte pareti o trascinati dalla corrente e le specie più appariscenti.  



GRANCHIO DI FIUME 
Di solito si ritrovano i resti sui sassi, lasciati lì da qualche predatore (gazza, cornacchia…). Le tane sono a livello del fiume. Qualcuno farse qualche volta, appoggiandosi su un sasso, ha ricevuto un pizzico spaventandosi: non c’è da preoccuparsi, è assolutamente innocuo.  

CINGHIALE 
Vi chiederete senz’altro se può essere vero o meno che un animale del genere possa vivere nelle gole. Si parla di avvistamenti in qualche versante delle gole o a volte sul fondo, però, morto.

RANE 
La specie più diffusa risulta essere quella “greca”, ma di sicuro ne esistono varie. La “raganella” è stata vista in qualche terrazzo delle pareti. Localmente le rane vengono chiamate “vurracchie”.  

ISTRICE 
Questo particolare mammifero è facilmente riconoscibile quando si ha la fortuna di vederlo. Costruisce le sue tane in piccole e asciutte grotte in entrambi i versanti delle gole. La sua presenza viene rilevata facilmente grazie agli aculei caratteristici che si ritrovano a ridosso delle tane. Trattandosi di un animale prevalentemente notturno, è molto difficile incontrarlo durante un’escursione.  

COLOMBACCIO DELLE ROCCE 
Questo grazioso volatile è forse la specie faunistica più caratteristica delle gole; infatti vive solo in questi luoghi. Per fortuna ne esistono parecchi esemplari e bisogna preservarli se si vuole continuare a vederli volare da una roccia all’altra con il loro andamento caratteristico. Prediligono i posti più inaccessibili e nascosti per passare la notte e le ore calde.  

CAPRE SELVATICHE 
Qualcuno sorriderà, ma una particolare caratteristica delle gole è proprio costituita dalle capre selvatiche che pascolano fra gli alti versanti delle gole stesse. In verità vi sono pochi branchi. Anche se non è un animale nobile come lo stambecco, la sua grazia nel superare i passaggi verticale è davvero particolare.  

AQUILA REALE 
La storia dell’aquila della valle del Raganello risale alla notte dei tempi. Anticamente le aquile erano presenti in abbondanza, anche se il loro territorio di caccia era molto vasto. La valle forniva numerosi giovani esemplari, che, però,erano costretti ad emigrare alla ricerca di nuovi territori. I nidi erano costruiti in luoghi difficilmente inaccessibili, che rappresentavano una garanzia nei confronti dei nostri antenati che non potevano facilmente accederci. Tra le prede più accessibili e presenti in abbondanza vi erano serpenti, giovani caprioli, lepri e animali d’allevamento. L’uomo la definiva in vari modi (“Aquéhe”, “Viture”, “Fahéccone”) e veniva considerata come simbolo di grandezza, potenza ed inviolabilità. Tutto ciò è durato fino a qualche anno, poi anche per le aquile, come per quasi tutti gli animali selvatici, sono cominciati i guai. Nelle gole, oltre al Parco, vi è un’oasi naturale orientata costituita in precedenza (D.M. 424 del 21/07/87) e gestita dal Ministero Agricoltura e foreste e da Corpo Forestale dello Stato. In questo modo, si è pubblicizzata al massimo la zona senza attuare le leggi. Di questo ne hanno approfittato bracconieri e menefreghisti che ne hanno fatto il loro territorio di caccia, depredando un nido ed uccidendo alcuni esemplari (sempre secondo il racconto dei pastori). Vi sono, però, anche casi provati. Il primo caso ufficiale risale a gennaio del 1982 al Alessandria del Carretto in località Saraceno (valle adiacente a quella del Raganello). Qui è stato ucciso un giovane esemplare da un cacciatore che ne voleva fare un trofeo. L’aquila è stata recuperata ed attualmente si trova esposta, imbalsamata, nella sede comunale dello stesso paese. Sempre dal comune di Alessandria del Carretto, ci viene offerto il secondo caso ufficiale, risalente all’autunno del 1990: un esemplare adulto è stato trovato morto probabilmente per avvelenamento nei dintorni della vetta del monte Sparviere.

BISCE O VIPERE?
Bisogna dire che nelle gole vi sono vari esemplari di serpenti, innocui o velenosi che siano. Si trovano nell’acqua, nelle pietraie, sui sentieri, nei campi, nei ruderi e alcune volte persino in macchina! Tutto ciò, però, non deve spaventare, visto che per natura il serpente scappa quando sente le vibrazioni dell’uomo. Se, però, vi capita di essere morsi, non bisogna farsi prendere dal panico: agite intelligentemente. In questo caso, prima di avventurarsi in qualsiasi escursione, sarebbe buona norma apprendere le regole fondamentali di pronto soccorso. I serpenti che sono trattati qui di seguito sono quelli conosciuti dai locali ed indicati con i nomi dialettali poiché la loro classificazione non è facile.  

VERME NIVERE O SCURZÒNE 
Il primo nome in italiano significa “verme nero” o meglio “serpente nero”. Il secondo nome, anche se con qualche dubbio, fa riferimento alla parole “scorzone”, cioè “scorza, pelle dura”. Queste due definizioni rispecchiano totalmente le caratteristiche principali e appariscenti di questo serpente non velenoso. È molto aggressivo se attaccato soprattutto durante l’accoppiamento. Oltre a mordere ripetutamente, usa la coda come uno scudiscio, almeno secondo la tradizione popolare. Non è presente particolarmente nelle gole, visto che non ama l’acqua, ma lo si può incontrare facilmente nei sentieri che conducono ad esse. È chiamato così in quasi tutto il meridione.

La Gravina di Cerchiara
In alcuni luoghi dell’Italia meridionale, in particolar modo in Puglia, per “gravina” o “garavìna” si intende un luogo di passaggio di un torrente in versanti particolarmente vicini, rocciosi e molto accentuati: la traduzione, insomma, del termine italiano “gola” o dell’inglese “canyon”. Nel Pollino orientale ce ne sono diverse, una delle quali adiacente al paese di Cerchiara, che viene chiamata appunto “Gravina di Cerchiara”. Si tratta di un classico orrido, con caratteristiche tipiche di questi luoghi, ma in un certo senso del tutto particolari, soprattutto per l’esigua limitatezza volumetrica del suo fondo.
Ad un certo punto il Torrente Caldanello, incontrate le dure rocce calcaree del versante NE del Monte Sellaro, a una quota di circa 600 m slm, tutto d’un colpo e quasi a mo’ d’inghiottitoio penetra in esso. Stranamente il canyon non si è formato per differenza geologica ma per una sorta di grande spaccatura che in milioni di anni si è aperta proprio nelle ultime sporgenze calcaree del Sellaro orientale. Per questo motivo il versante sinistro idrografico, rispetto a quello opposto, presenta piccole pareti rocciose sormontate dai terreni sciolti. Il versante destro idrografico è decisamente più maestoso, sicuramente dominante nel vero senso della parola: a partire dalla sommità del Monte Panno Bianco (1330 m s.l.m.), una ripidissima scarpata – denominata Cessuta a monte e Costa del Ponte a valle – prima pian pianino, poi tutto d’un colpo, si trasforma in un impressionante baratro particolarmente verticale (con la presenza di alcuni terrazzi). È senz’altro il lato migliore della Gravina, che con andamento molto tortuoso ha termine dopo circa 4 Km, a una quota del suo alveo di circa 170 m e col notevole dislivello di circa 400 m; si è ormai quasi in piena pianura.
La fauna e la flora presente alla base della Gravina e nei suoi più prossimi versanti è interessante. Fra i volatili spesso si notano coppie di gheppio e altri piccoli rapaci diurni, civette, colombacci, corvi, e cornacchie oltre una variegata rappresentanza di passeriformi. Fra gli animali a quattro zampe, quello più particolare è certamente l’istrice, ma vi sono diversi esemplari di tasso e volpe. Purtroppo per l’alto inquinamento dell’acqua non sono presenti, come in altri canyons, animali acquiferi se non qualche esemplare di biscia dal collare.
La flora è tipica mediterranea, con presenza nel versante destro idrografico di fitti boschi di leccio e molti esemplari di carpino e fillirea e nutrite corone di euforbia cespugliosa. È inoltre ben diffusa la tradizione popolare legata a mostri ed esseri vari dimoranti nei suoi recessi.
A partire dalla preistoria, la presenza umana è stata notevole. Le testimonianze ci vengono dalla stessa Cerchiara di Calabria, luogo di sicuro insediamento sin dall’età del ferro, e dai diversi siti archeologici lì gravitanti. Nella parte inferiore della Gravina, qualche secolo addietro, per attraversarla più comodamente l’uomo ha costruito un bellissimo ponte in pietra e calce.

Cenni Morfologici
Le montagne che delimitano la valle carsica del torrente Raganello sono: Monte Moschereto (m 1318 slm), Monte Manfriana (m 1981 slm), Serra Dolcedorme (m 2267 slm), Serra delle Ciavole (m 2167 slm), Serra di Crispo (m 2053 slm), Toppo Vuturo (m 1663  slm), Timpa della Falconara (m 1656 slm), Monte Sparviere (m 1713 slm), Serra di Paola S. Angelo (m 1386 slm), Monte Sellaro (m 1439 slm). Questa valle è la più bella e affascinante di tutto il Parco Nazionale del Pollino. Concorderete con noi nel momento in cui incomincerete a frequentarla e vedere con i vostri occhi le maestosità di questi posti. 
Sono da menzionare, inoltre, i rilievi rocciosi che si ergono nella parte centrale della Valle: Timpa di San Lorenzo o di Conca (m 1652 slm), Timpa Porace Cassano (m 1423 slm), Timpa del Demanio (m 855 slm). Una volta viste queste “Timpe” (termine dialettale per indicare le pareti rocciose) non le si dimenticherà facilmente. La loro imponenza colpirà moltissimo, in particolar modo quella di Conca che da quota 600 m slm si erge a forma piramidale fino a quota 1655 m.slm. Insomma un immenso blocco calcareo posto al centro della valle e alto oltre 1000 metri.
La Timpa di Porace Cassano è posta poco più a sud-est. Non è imponente come la precedente, ma vista dall’abitato di San Lorenzo Bellizzi offre il suo lato “migliore”: una parete di ben 700 metri nel suo punto più alto.
Posta nella parte bassa della valle come a guardia della stessa, la Timpa del Demanio è inconfondibile. I suoi 600 metri di dislivello in quasi perfetta verticalità la rendono molto particolare.
Fra questi tre principali picchi rocciosi si snodano, quasi ininterrottamente, circa 10 Km di canyon e ogni valle ha il suo fiume. Ogni canyon prende il nome dalla valle in cui si trova ed in totale è lungo circa 30 Km. Nasce alla “Grande Porta del Pollino” (fra Serra di Crispo e Serra delle Ciavole), ad una quota di circa 1800 metri slm e sfocia nel mare Ionio, precisamente nel Golfo di Sibari. Lungo il suo tragitto raccoglie le acque di vari affluenti, fra i quali spiccano il Canale del Vascello e il Torrente Maddalena Malamorta. Il primo nasce alle pendici di Serra Dolcedorme e il secondo alle pendici del Monte Sparviere. Vi sono naturalmente altre immissioni d’acqua, alcune ad alta quota (Principe, Catrine) e altre a quote basse (Lamia, S. Angelo, S. Venere, Lasca). Non mancano nemmeno quelle che sgorgano dentro le gole da numerose fenditure.
Tutto ciò rende il Torrente Raganello molto ricco d’acqua anche nei periodi di forte siccità.
A questo punto si capisce facilmente che questa gola è davvero particolare. Oltre alla bella cornice, vi sono pareti particolarmente alte che la rendono quasi unica, poiché in Italia e in Europa le gole con queste caratteristiche (alte temperature, abbondanza di acqua, lunghezza rilevante, ecc.) sono rare. Inoltre, speriamo ancora per molto (questo dipende anche da voi futuri visitatori), è particolarmente intatta e ancora tutta da scoprire.
Le gole hanno inizio nei pressi della sorgente della Lamia, a quota 720 metri slm, e terminano dopo circa 10 Km, nelle vicinanze del “Ponte del Diavolo”, a quota 226 metri slm. Nella parte medio-alta, nei pressi dell’abitato di San Lorenzo Bellizzi, la parete sinistra (orografica) scopare sotto i terreni argillosi e franosi di una propaggine di Serra di Paola, interrompendo così le gole vere e proprie per un chilometro e mezzo circa. Il canyon si trasforma prima in un classico torrente e poi in fiumara. Più giù, naturalmente, la parete ridiventa gradualmente elevata.
Per questo motivo vengono suddivise in due parti ben distinte: quelle di monte dette localmente “Jacca i Varile” (stretta dei Barili) e quelle di valle dette di "Pietraponte Santavenere Civita". Una parte di queste ultime viene definita centrale (Pietraponte Santavenere).
Quelle di monte, lunghe 2 Km e 200 metri, vanno dalla località Palmanocera alle sorgenti della Lamia ed hanno un dislivello di 150 metri. Sono quelle più selvagge e le meno antropizzate, almeno attualmente. Sarebbe sbagliato dire che sono le più belle, ma hanno qualcosa di diverso rispetto alle altre. Innanzitutto sono più impegnative perché presentano vari tratti con salti non facilmente aggirabili e le uniche vie di fuga sono un po’ complicate. L’acqua è più fredda rispetto agli altri punti. Inoltre, un caratteristico passo le attraversa in tutta la loro lunghezza. La cosa che le contraddistingue, secondo il nostro parere, è la morfologia. Dalla piazzetta “Dietro Chiesa” di San Lorenzo Bellizzi ci si renderà conto della loro maestosità. A destra, enorme e quasi a mezzaluna, la timpa di Conca o di San Lorenzo con un dislivello, come già detto, di quasi 1000 metri, perfettamente inclinata (solo da questo lato) ed in parte spoglia. A sinistra, il tozzo e grosso gruppo roccioso di Timpa Porace Cassano con alle pendici la bella e storica “collina” di Palmanocera. Poco più giù, a circa 570 metri slm, il torrente, che scorre fra le loro vicinissime pareti. Un paesaggio così è molto difficile trovarlo. Se poi si sommano a queste indubbie bellezze paesaggistiche quelle storiche, faunistiche e floreali, ci si renderà conto che non stiamo esagerando.
Le gole centrali vanno dalla “Briglia (diga) del Mezzogiorno” al “Ponte d’Ilice”, sono lunghe 1 Km e 900 metri e hanno un dislivello (esclusa la diga che è circa 40 metri) di 80 metri. La loro caratteristica principale è di non avere pareti estremamente alte. Infatti il versante sinistro (orografico) ha pareti rocciose che superano di poco i 100 metri (Timpa ‘i Chendùre). Nella loro parte iniziale vi è un breve tratto (400 metri), detto Pietraponte, dove a volte la stessa parete non è più alta di 10 metri. Vi sono poi due punti di facilissimo abbandono in caso di piena improvvisa e numerosissime sorgenti perenni. Queste gole centrali sono l’ideale per chi vuole sperimentare per la prima volta l’ebbrezza del torrentismo classico. È qui che ha sbocco l’impressionante affluente detto Grimavolo. Le sue alte cascate nei periodi di piena possono essere ammirate comodamente dal terrazzo della roccia di “chendùre”.
Vengono dette gole basse quelle comprese nella parte di canyon che va dal Ponte d’Ilice al Ponte del Diavolo: sono lunghe poco più di 4 Km e il loro dislivello è di 164 metri. Anche queste, come le precedenti , hanno un andamento principalmente orizzontale, tranne alcuni piccoli tratti particolarmente inclinati. Come si potrà notare, la loro lunghezza è tanto rilevante da dargli il primato del tratto più lungo. Anche queste, come quelle alte, sono molto spettacolari in particolar modo se osservate da determinati punti: quello più classico è dalla statale 105, dove il paesaggio è dominato dalla massiccia Timpa del Demanio con i suoi 600 metri di dislivello, quasi tutti a picco sul torrente. Vi è poi, sulla parete opposta, il paese di Civita, arroccato come un nido d’aquila.

 

Aspetti umani 
Le gole, anche se poco accessibili, sono sempre state frequentate dagli uomini che le hanno sempre rispettate, conoscendo bene cosa potevano provocare. Questo ha avvantaggiato quelle persone poco oneste (banditi, ladri, briganti, malfattori) che ne hanno fatto, soprattutto nel secolo scorso, la loro dimora prediletta. A testimonianza di ciò alcuni toponimi sono ancora in uso (grotta dei Briganti, grotta di Marsilia, ecc.) e numerose leggende vengono ancora raccontate dagli anziani. Naturalmente questo regno era condiviso da tante altre persone che non avevano niente da spartire con i loro vicini. Essi sopravvivevano grazie alle gole e ai loro prodotti. Principalmente si trattava di pastori che svernavano nei versanti esposti a sud. Il caso della timpa “Cinde” (o “Ciende”) è quello più significativo. Le sue rocce, site nei pressi del ponte d’Ilice, a detta degli anziani, sono state sempre utilizzate e frequentate da numerosi greggi (pecore principalmente) che trascorrevano lì l’inverno in piccole, ma confortevoli, grotte. I pastori costruivano raccoglitori d’acqua e sentieri strapiombanti utilizzando rami che fungevano da ponti per raggiungere i più inaccessibili terrazzi erbosi, detti localmente “banghe”. Alcuni nomi di sentieri (ormai purtroppo in disuso) testimoniano ciò: “a carrara da cienda a fundana” (sentiero della fontana di “ciende”) e “carrare i ponticiedde” (sentiero dei ponticelli). Erano proprio questi terrazzi erbosi fra verticali pareti che attiravano i pastori; i più famosi sono quelli di “banghe i mienze” (terrazzo di mezzo), posto nella parte bassa delle gole, e quello di “ereve nette” (erba pulita) nella parte alta. Comunque questi terrazzi non erano ambiti solo dai pastori, ma soprattutto dai contadini che hanno occupato fino a pochi decenni fa i terrazzi più grossi e comodi (Sacchitello, Massaro, Mancosa, Murge, S. Anna). Naturalmente le più grosse colonizzazione sono state fatte in terreni adiacenti alle gole. Vogliamo ricordare fra tutte la località Bellizia nel comune di San Lorenzo Bellizzi, che fino agli anni ’50-’60 era agitatissima. Per raggiungerla c’erano solamente due vie: quella di colle di Conca e quella di passo di Barile. Entrambe particolarmente affascinanti almeno agli occhi di noi escursionisti. La prima era frequentata soprattutto d’estate perché in inverno, data la cattiva posizione del colle (valico), esposto ad ovest, e l’altezza (1300 metri circa slm), non era facile oltrepassarlo. L’altra, senza altro la più particolare, si poteva percorrere in tutte le stagioni, ma (per un brevissimo tratto) non a dorso di cavalcatura. Essa entra nelle gole alte (“jacca i varile”) dalla parete di Porace Cassano, e presenta in un tratto un ripido pezzo fra una verticale e alta parete.

 

“RAGANELLO”: perché questo nome
L’attuale nome del Raganello è stato senz’altro dato nel periodo bizantino. Deriva molto probabilmente dal greco “ragas” che sta ad indicare un dirupo roccioso. Infatti il Raganello scorre lungo degli impressionanti dirupi, dette gole. Gli abitanti dell’antica e ormai scomparsa cittadina di Palmanocera non potevano attribuirgli un nome più azzeccato.
Il narratore Vincenzo Barone lo fa poi derivare anche dal termine locale “ragàre”, cioè trascinatore: fiume che trascina a valle tutto. Noi aggiungiamo che un’altra versione dello stesso vocabolo (“rragàre”) indica “lottare, litigare”. Forse le acque del torrente chiuse fra le strette pareti rocciose litigano e lottano con i macigni e le pareti come se volessero arrivare prima al mare. Il tratto di monte delle gole viene chiamato “jacche i varile” (strette dei barili). La leggenda spiega questo nome col fatto che nei periodi di forte pioggia in questa gola si sentono particolari rumori simili a quelli che un barile o una botte fanno quando rotolano lungo un selciato in forte discesa. Quei rumori non sono altro che i sassi che urtano fra di loro e con le strette pareti rimbombati dalle gole.
Alcuni invece lo hanno fatto derivare dal nome di una piccola rana molto conosciuta (presente in questo torrente, almeno attualmente): la raganella. Di rane, dette localmente “vurracchie”, ve ne sono in abbondanza, ma di specie diverse.
Ma come veniva chiamato prima dei Bizantini?
Alcuni lo identificano col Kylistaros di Eracle ed altri con l’Acalandros di Stradone. Queste denominazioni sono condivise con il vicino torrente Saraceno, che alcuni storici identificano con gli stessi fiumi mitologici. Altri ancora identificano l’Acalandros con il torrente Ferro, poco più a est dei precedenti.
Da ciò si può dedurre la comprensibile confusione. Individuare il vero Kylistaros e Acalandros sarà molto difficile: lasciamo che la mitologia rimanga tale.
 
I Ponti fatti di sassi (o, meglio, fatti da un solo sasso)
Di sassi incastrati fra le pareti delle gole ve ne sono vari: quello nelle gole alte, quello di Rotaplano, quello di Pietraponte, quello del cacciatore e quello delle gole nelle gole; non va escluso naturalmente il sasso incastrato nella verticale gola del Caccavo. La metà di questi, e non è difficile capire di quali si tratti, venivano e in parte vengono utilizzati per superare l’impetuoso fiume nei periodi di piena. Ci passavano le greggi, soprattutto capre, per arrivare facilmente alle pareti opposte per pascolare nelle “libere” e succose erbe di roccia.
Erano utilizzati anche dagli stessi pastori (ultimamente un po’ di meno) per raccogliere le capre smarrite ma anche per andare a caccia di colombacci e talvolta di istrici, volpi e tassi. Per fortuna tale pratica si è ridotta. Qualcuno ci ha raccontato di alcune uscite di caccia alle gole del Grimavolo (a cui si arrivava utilizzando la Pietraponte del cacciatore), durante le quali si riusciva a portare a casa fino a un centinaio di volatili. La cifra sarà senz’altro esagerata, ma pensiamo non di molto. Era inoltre utilizzato anche dai pastori che se ne servivano per passare al versante opposto alla contrada agricola di S. Venere per andare a raccogliere fogliame sempre verde (lì in abbondanza) da dare poi agli armenti. Quello di Pietraponte, il più famoso e frequentato, è stato più volte anche oggetto di disputa.
Attualmente questi ponti naturali vengono percorsi (solo Pietraponte e Rotaplano) principalmente da quei pochi escursionisti, per la maggior parte insensibili, che vogliono esplorare le gole, disinteressandosi della loro manutenzione anche saltuaria, al contrario di come si faceva un tempo.